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I PROTAGONISTI

Enzo Bartocci: ”Finalmente la Costituzione entrò nei luoghi di lavoro”

L’ultima tappa del percorso di Giacomo Brodolini è rappresentato dalla sua azione di governo dove iniziò ad attuare quel progetto riformista di cui era convinto assertore. Il suo obiettivo era quello di dare al sistema italiano di protezione sociale un assetto moderno che allineasse progressivamente l’Italia ai paesi più avanzati a livello europeo favorendo un più equo processo redistributivo e una riduzione delle disuguaglianze. Si mosse pertanto su di una linea di riformismo programmatico prendendo le mosse dal modello britannico ma guardando con interesse alle più innovative esperienze di quello scandinavo. Sapeva di avere molti nemici. In particolare: la maggioranza della DC, che vedeva messa in discussione la sua tradizionale politica a carattere assistenzialistico al nord e di scambio clientelare al sud; la Confindustria arroccata su posizioni di pura conservazione; la maggior parte delle altre organizzazioni imprenditoriali. Gli stessi sindacati si dimostrarono contrari all’introduzione di un nuovo paradigma dello stato sociale che, fondato su principi universalistici, potesse in qualche misura ridurre vantaggi e privilegi di cui godeva l’occupazione stabile. Le Confederazioni sindacali lo sostennero soltanto in quelle battaglie, come la riforma delle pensioni che coincidevano con interessi diretti di categorie da essi organizzate.

 

Gli era contrario il suo stesso partito, il PSU, la cui maggioranza aveva quale sua costante preoccupazione quella di non incrinare l’alleanza con la DC anche a costo di accentuare l’allineamento con gli orientamenti moderati del partito di maggioranza relativa. Non gli era favorevole il PCI il quale non aveva interesse a valorizzare, legittimandola, una politica che accreditasse l’azione del PSI al governo e il Partito socialista come portatore di una politica innovativa e progressista. Brodolini si mosse su questo terreno accidentato potendo contare, paradossalmente, soltanto su di una situazione sociale attraversata da forti e crescenti tensioni che richiedevano, quindi, interventi rapidi e mirati. A livello di Governo ebbe un forte sostegno soltanto dal vice presidente Francesco De Martino deciso a far progredire una linea riformistica da anni condivisa. Delle riforme promosse, alcune, come la riforma del sistema pensionistico o il superamento delle cosiddette “gabbie salariali”, furono realizzate nello scorcio breve di mesi che la vita concesse al Ministro del Lavoro. Altre non ebbero uguale sorte.

 

 

Lo “Statuto dei lavoratori”, portato alla discussione del Parlamento già nella primavera del 1969, concluse il suo iter, dopo la sua morte, per l’impegno leale, convinto, di un ministro democristiano di provenienza sindacale, Carlo Donat Cattin e per la straordinaria regia di Gino Giugni che al progetto di legge aveva dato una sapiente architettura giuridica. La legge 300 del 1970 è stata studiata e ripresa in molte legislazioni dei paesi occidentali. Si tratta di un provvedimento la cui ispirazione risale alle concezioni più nobili del socialismo riformista e di cui auspicava la realizzazione, già nel 1920, Filippo Turati il quale vedeva in esso la base di una democrazia partecipativa. “Non si riuscirà a industrializzare il nostro paese”, aveva affermato nel famoso discorso “Rifare l’Italia” pronunciato alla Camera dei Deputati il 26 giugno 1920, “se prima non faremo il “nuovo statuto dei lavoratori» che li faccia, se non ancora arbitri assoluti, almeno partecipi della produzione, e non già passivamente partecipi agli utili, secondo certe vedute pelosamente filantropiche, ma partecipi nella gestione, nella direzione, nel controllo della produzione nazionale, ossia condomini veri”.

 

 

Lo “Statuto” era stato rivendicato da Di Vittorio e dalla CGIL nel Congresso del 1952 che ne precisò, sviluppandoli, i contenuti e gli assi portanti. L’attuazione di uno “statuto dei lavoratori” fece parte della proposta programmatica del PSI per la costituzione del primo governo organico di centro-sinistra e, come tale, fu recepito nel programma del primo governo Moro senza, però, che all’impegno si desse seguito con un disegno di legge da presentare in Parlamento. Della legislazione sociale di cui Brodolini fu protagonista in quei brevissimi sette messi in cui diresse il Ministero del Lavoro, lo “Statuto” ha costituito il provvedimento di gran lunga più importante e duraturo. Esso, infatti, ponendosi quale obiettivo di tutelare il lavoro e la dignità dei lavoratori e delle loro rappresentanze sindacali ha assicurato la stabilizzazione dei rapporti sociali nelle aziende…

 

 

Lo “Statuto” fu una legge di fondamentale importanza in quanto, per mezzo di essa, la Costituzione entrava all’interno dei luoghi di lavoro per garantire al cittadino lavoratore – attraverso il diritto di riunione, di opinione, di associazione, di tutela della salute – tutte quelle condizioni di libertà, dignità e responsabilità che vennero introdotte con gli articoli di cui al Titolo 1° della legge 300. Al tempo stesso la legge realizzava, con le norme previste dal Titolo 2°, “Della libertà sindacale”, e 3°, “Dell’attività sindacale”, una legislazione di sostegno nei confronti delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, per favorire il loro insediamento nell’impresa come forza controbilanciante del potere imprenditoriale rendendo effettivi, in tal modo, i diritti sanciti.

 

 

Lo “Statuto”, infatti, consente di superare il potere autocratico dell’imprenditore e ricondurre l’esercizio dei poteri direttivo e disciplinare che gli competono nel loro giusto alveo, quello di una corretta finalizzazione delle attività aziendali al processo produttivo cui essa è destinata il che presuppone regole condivise e diritti garantiti. Di conseguenza il lavoratore diviene oggetto di diritti inviolabili e non negoziabili.