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La storia

Federico Mancini con Giugni ispiratore dello Statuto

Federico Mancini, giurista capostipite della prestigiosa scuola bolognese di diritto del lavoro e uno dei fondatori della storica rivista Il Mulino, fu con Gino Giugni una delle menti ispiratrici dello Statuto dei lavoratori anche se non ebbe in quel periodo ruoli politici ed istituzionali. Nel sottolinearlo nel suo libro Memoria di un riformista (a cura di Andrea Ricciardi, pubblicato dal Mulino nel 2007) Gino Giugni ricorda come sul tema di una legislazione di sostegno all’attività e al ruolo del sindacato fosse già da anni oggetto di una comune riflessione con Federico Mancini con cui aveva condiviso, tra l’altro un’importante stagione di studio negli Stati Uniti. Da allora tra i due studiosi si stabilì un legame professionale personale che durò per tutto l’arco della loro vita.

 

Ecco il racconto di Giugni di come si formò la convinzione comune che fossero mature le condizioni  per il varo di una legislazione di sostegno: ”Al ritorno da Taormina, dove si era svolto un importante congresso di diritto del lavoro a cui avevano partecipato vari studiosi di alto livello e anche due giovanotti che trepidamente avevano preso la parola: Mancini ed io. Chiacchierando con Federico durante quel viaggio, ambedue nutriti di una forte impronta newdealista, ci confrontammo a fondo su alcune questioni. Iniziammo a pensare proprio in quell’occasione ad un intervento legislativo che non solo potesse rimuovere gli ostacoli all’attività sindacale, ma che fosse anche in grado di costituire una sorta di strumento promozionale della stessa azione sindacale, ovviamente con particolare attenzione alla condizione operaia nei luoghi di lavoro”.

 

La riflessione comune si basava proprio sulla consapevolezza della insostenibilità della condizione operaia in Italia e della impossibilità per il sindacato di poter svolgere un ruolo di rappresentanza e di tutela all’interno dei luoghi di lavoro. “La verità”, racconta Giugni,” è che in Italia, prima dello Statuto, la condizione operaia era fortemente sottoprotetta. Nel 1966 venne approvata la prima legge sui licenziamenti individuali, alla stesura della quale collaborai perché coinvolto in una commissione tecnica con Federico Mancini. I lavoratori, in quell’epoca, erano sottoposti ad una disciplina ferrea soprattutto nelle grandi imprese, schiacciati da una catena infinita di regole e frazioni di regole. Era stato importato il fordismo, che si era tradotto nella regolamentazione della prestazione attraverso la misura dei tempi di lavoro, regnava il cottimo. Gli operai erano inseriti all’interno di una catena di produzione che scandiva i tempi di lavoro e non lavoro. Questo voleva dire che il caposquadra misurava il tempo di lavoro che era stato assegnato al lavoratore e lo rapportava ai risultati conseguiti. Il rendimento influiva sul salario, che oscillava così in funzione della produttività. In alcune aziende veniva utilizzata la figura del cosiddetto allenatore, che era un operaio particolarmente qualificato che dava la misura del tempo necessario per svolgere una determinata prestazione. Il tempo impiegato veniva preso dall’allenatore come standard di riferimento, anche se corretto dai cosiddetti coefficienti riduttivi, determinati e valutati dagli ingegneri dei tempi e metodi. Questi professionisti si occupavano di studiare la quantità ideale dei tempi di lavoro degli operai ed avevano un ruolo rilevante all’interno delle imprese. Insomma lo svolgimento dell’attività lavorativa avveniva sotto lo stretto e continuo controllo del datore di lavoro. La situazione quindi imponeva la necessità di un intervento legislativo che non si poteva più rimandare. Benne costituita una commissione di persone particolarmente qualificate, scelte più per i loro meriti scientifici che per l’appartenenza politica. Dalla relazione finale della commissione nacque il disegno di legge presentato in parlamento, che divenne noto come Statuto dei lavoratori”.

 

E’ particolarmente toccante il racconto che Giugni fa del  coraggio e della determinazione di Giacomo Brodolini nei pochi mesi in cui fu ministro del lavoro, soprattutto dopo la drammatica visita ad Avola all’inizio del 1969 a diretto contatto con un mondo contadino caratterizzato da povertà e sfruttamento: “Brodolini sembrava quasi aver fretta di portare a termine il suo compito ma la verità su quella sorta di frenesia programmatica ci fu rivelata dal suo medico personale durante un incontro molto confidenziale in un bar. Il neo ministro viveva un enorme dramma personale: aveva un cancro che, nonostante un intervento chirurgico al polmone, nel giro di pochi mesi lo avrebbe condotto alla morte. Pur trovandosi in una condizione così pesante da un punto di vista fisico, Brodolini dimostrò di avere un’enorme forza d’animo e mantenne fino alla fine una grande lucidità”.